Nessuna “rottura”, annunciata o preparata, con il gruppo dei drammaturghi, i quali non costituiscono, come vuol far intendere l' articolo, un' identità omogenea e unitaria. È accaduto piuttosto che l'occupazione del Valle abbia funzionato fin dai primi giorni come una chiamata per moltissimi autori, drammaturghi e scrittori di età, poetiche, percorsi assolutamente eterogenei. Ed è stato nello spazio aperto e vitale del Valle Occupato che si sono incontrati. In questo clima di cooperazione sono stati invitati alla costruzione collettiva della tre giorni sulla drammaturgia, interamente autogestita dagli autori, che ha sollecitato discussioni e prese di posizione diverse. Alcuni sono occupanti effettivi, altri prossimi nella passione e nella presenza, altri ancora sostenitori più da lontano. Ognuno secondo la propria sensibilità, il proprio impegno politico, la propria possibilità. Molti autori, e lo hanno apertamente dichiarato in seguito alla pubblicazione dell'articolo, continuano a partecipare attivamente all'esperienza del Teatro Valle, che ha obiettivi senz' altro più ampi.
Per quanto riguarda la vocazione drammaturgica del Valle Bene Comune, futura Fondazione dell' impossibile, l' elaborazione è aperta e tuttora in corso, continuamente sollecitata dai molti artisti e dalle molte poetiche che attraversano l'occupazione. Già da mesi abbiamo declinato al plurale l'idea un po' parziale e centralistica di drammaturgia nazionale, preferendo il termine “drammaturgie”: una costellazione mobile di scritture sceniche, di narrazioni del presente non esclusivamente verbali, che rendono conto della vitalità della scena contemporanea fatta di contaminazione dei linguaggi e di codici ibridi.
Una nota sui toni accesi della citata assemblea. Il lettore assente lasci sbiadire il folkloristico mercato del pesce di artisti dissociati dalla realtà evocato dall'articolo e metta piuttosto a fuoco la temperatura emotiva della passione artistica e intellettuale che si esprime attraverso il protagonismo della nostra presenza e della nostra professione.
La distinzione tra approccio culturale e politico appare del tutto mal posta. Chi segue con occhio attento e con qualche strumento di analisi politica e sociale l' esperienza inedita del Teatro Valle coglie forti elementi di novità in questa lotta in cui si manifesta la soggettività dei lavoratori dello spettacolo. Per noi il dispositivo politico e quello artistico-culturale coincidono.
Per quanto riguarda il rapporto con le istituzioni, la nostra posizione è tutt' altro che ideologica. Non si tratta di schierarsi superficialmente a favore o contro. Da un lato, come artisti e come cittadini, riteniamo che sia necessario uscire da un regime di complicità e delegittimare i responsabili dei vent'anni di politiche culturali che hanno massacrato il sistema di produzione artistica e la formazione pubblica. Dall'altro, la nostra lotta non è soltanto di difesa e di resistenza ma, in un processo costituente, costruisce dal basso nuove istituzioni, nuovi modelli di governo diretto.
Se alcuni autori hanno deciso di costituirsi in associazione e contrattare con il Comune di Roma l' assegnazione di uno spazio come sede, il loro atto è del tutto legittimo e non costituisce alcuna “spaccatura” con il Teatro Valle. Semplicemente è un percorso parallelo – parallello come quello di tutte le esperienze, le associazioni, le compagnie che sostengono l'occupazione ma che per ovvie ragioni non vi trovano sede esclusiva-. Starà all' intelligenza politica dei drammaturghi e alla loro solidarietà, in cui confidiamo, non farsi strumentalizzare da un' amministrazione che ha tutto l'interesse ad usare questa assegnazione per delegittimare l' occupazione.
Infine. Il tono da tabloid scandalistico capace di ridurre un dibattito aperto alla misura squalliduccia del gossip si commenta da solo. Per quello ci sono i tanti wine bar e lounge cafè del lamento in salsa d' invidia di cui è piena Roma.